Siamo a marzo inoltrato: questo è un momento dell’anno che non ha ancora il sapore del bilancio, ma non è più nemmeno quello della semplice esecuzione. È un tempo intermedio, fertile, in cui qualcosa inizia a muoversi sottotraccia. È qui che siamo adesso.
Mentre le attività sono ancora vive, mentre le aule sono abitate e le scene continuano ad accadere, abbiamo già iniziato a guardare avanti. Non come esercizio di pianificazione fredda, ma come gesto naturale di chi sente che ciò che sta facendo contiene già il seme di ciò che verrà. L’anno che verrà (grazie Lucio) a Teatribù, non nasce a settembre: comincia già adesso.
C’è un lavoro silenzioso che coinvolge più livelli insieme. La comunicazione inizia a interrogarsi su come raccontare meglio quello che siamo diventati. L’area artistica si apre a contaminazioni, linguaggi, possibilità nuove. La didattica continua a farsi domande vere: cosa serve davvero a chi attraversa i nostri spazi? Dove possiamo andare più in profondità? Che tipo di esperienza vogliamo generare?
Non si tratta solo di aggiungere corsi o moltiplicare proposte. Il punto è un altro: costruire percorsi che abbiano senso per chi è in ricerca. Persone che non cercano semplicemente un’attività, ma un luogo in cui lavorare su di sé, sulla relazione, sulla presenza. L’improvvisazione, quando viene presa sul serio, smette di essere solo un linguaggio scenico e diventa uno strumento per leggere e abitare il mondo.
È da qui che nascono le idee che stiamo iniziando a mettere a terra. Nuove lezioni, workshop più mirati, percorsi speciali per chi desidera approfondire davvero. Spazi in cui l’attenzione non è solo su “fare meglio”, ma su “stare diversamente” in scena e fuori scena. In questa direzione si inserisce anche il nuovo corso breve in partenza il 13 maggio: otto mercoledì consecutivi pensati per chi vuole iniziare ad avvicinarsi all’improvvisazione o ritrovare uno spazio di pratica. Dopo il sold out del percorso di febbraio, abbiamo scelto di riaprire subito una nuova possibilità. Questo è il lavoro che ci interessa: non aumentare il volume, ma aumentare la qualità dell’esperienza. Perché ogni anno, se vuole essere davvero significativo, deve portare con sé uno scarto, una direzione, una scelta.
E in questo processo c’è un elemento che torna sempre, quasi come una bussola: il raduno.
Il raduno non è un evento tra gli altri. È un momento in cui la tribù si riconosce. In cui le persone si incontrano fuori dai ruoli, fuori dalle classi, fuori dalle abitudini. Si crea uno spazio diverso, più libero, più denso, in cui succedono cose che durante l’anno restano solo accennate: connessioni inattese, scoperte, passaggi personali che trovano finalmente un luogo per emergere.
Chi c’è stato lo sa: non è solo stare insieme. È qualcosa che ha a che fare con il campo che si crea quando le persone sono davvero presenti, disponibili, curiose. Un campo in cui l’improvvisazione smette di essere esercizio e torna a essere esperienza viva. È anche da lì che ripartiamo.
Perché se vogliamo costruire un altro anno bello, pieno, significativo, dobbiamo tenere vivo quel tipo di qualità. Portarla dentro le lezioni, dentro i percorsi, dentro il modo in cui pensiamo e progettiamo. Non come ideale astratto, ma come riferimento concreto.
Ci sono tante cose in cantiere. Alcune sono già chiare, altre stanno prendendo forma. Non tutto deve essere definito subito. Anzi, parte del lavoro è proprio lasciare spazio a ciò che deve ancora emergere.
Quello che è certo è la direzione: continuare a costruire un luogo che non sia solo una scuola, ma una comunità di pratica. Un posto in cui si cresce, si sperimenta, si sbaglia, si scopre. Un posto in cui l’improvvisazione resta un mezzo potente per lavorare su qualcosa di più ampio.
Adesso è il momento di preparare il terreno, di attivare le energie giuste, di iniziare a immaginare, insieme, cosa potrà diventare il prossimo anno.
Il resto, come sempre, arriverà.
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Mentre scrivevo, nelle cuffie c’era Grown dei Kiasmos.
Una musica che cresce. Un po’ come quello che sta già succedendo.







